Voce e Musica di Vittorio Bianco
Perché siamo nati? Parte 1 –
Perché siamo nati? Parte 2 –
Perché siamo nati? Parte 3 –
Percorrere il sentiero. Parte 1 –
Percorrere il sentiero. Parte 2 –
Voce e Musica di Vittorio Bianco
Perché siamo nati? Parte 1 –
Perché siamo nati? Parte 2 –
Perché siamo nati? Parte 3 –
Percorrere il sentiero. Parte 1 –
Percorrere il sentiero. Parte 2 –

Ajahn Mahāpañño, in occasione della fase 2 dell’emergenza coronavirus, è stato “ospitato” virtualmente di volta in volta da alcuni dei Centri a noi associati o gruppi di amici sparsi nel nostro Paese. La visita si proponeva di sostenere la pratica dei singoli gruppi, con insegnamenti adeguati alle loro esigenze, dando comunque il benvenuto a chiunque abbia voluto partecipare.
Ciascun incontro, di circa un’ora e mezza, prevedeva:
Non escludiamo di riprendere a settembre.
Nel giorno e all’ora previsti per l’incontro, mediante computer (meglio) o smartphone, fare click sul link specificato nella sezione precedente. Si verrà invitati a scaricare e installare l’applicazione Zoom, sempre che questa non sia già installata, o ad aprirla, se fosse già installata.
Da computer, se non si volesse installare Zoom per motivi di spazio o altro, è possibile ugualmente accedere tramite browser (consigliamo Google Chrome). In tal caso vi verrà comunque proposto di installare Zoom: scaricatelo ma senza installarlo. A quel punto comparirà il link “join from your browser” (collegati con tuo browser).
Per maggiori informazioni potete contattare saddhamail@gmail.com
Voce e Musica di Vittorio Bianco
La prigione della vita –
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L’unica essenza del buddhismo –
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La vita stessa è una prigione –
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Gli istinti, i sensi sono una prigione –
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La superstizione è una prigione –
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La purezza è la prigione suprema-
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La vacuità non è una prigione –
Ajahn Sumedho
Tratto dal libro: The Wheel of Truth, capitolo 5
versione originale 2014 © Amaravati Buddhist Monastery
Tratto da un discorso tenuto al Monastero Buddhista Abhayagiri, 18 giugno 2005

Abbiamo questa opportunità di riflettere sul Dhamma. La capacità di riflettere andrebbe enfatizzata:semplicemente notate in che modo le cose vi influenzano. Usando la consapevolezza come mezzo, siate semplicemente presenti e vigili;siate totalmente nel qui e ora. Quando ascoltiamo discorsi di Dhamma (desanā) possiamo servirci della mente pensante per vedere se siamo d’accordo o meno – ma non si tratta di approvare o disapprovare. Qualunque sia la vostra reazione, semplicemente siatene consapevoli. È quella che è. Siate il conoscitore di ciò che è consapevole di come stanno le cose; siate questo senso di attenzione che ci risveglia al presente. Questa è l’unica nostra possibilità di liberarci dalla visione ingannevole e dalla sofferenza. Finché seguiamo le nostre preferenze, approvando e disapprovando, rimaniamo intrappolati nella sfera dei nostri pensieri dualistici.
Riflettete sulla reale natura dei pensieri. Hanno a che fare con il linguaggio e la facoltà della memoria, doti intrinseche della condizione umana. Pensare è una funzione dualistica della mente: buono/cattivo, giusto/sbagliato, paradiso/inferno. Essa serve perfare dei confronti, è una funzione critica. Pensiamo in termini di migliore e peggiore o di come dovrebbero essere o non essere le cose. Naturalmente i nostri condizionamenti si basano sulla facoltà di pensare, e considerandola di tutte le abilità umane la suprema, sviluppiamo ilraziocinio, la capacità diragionare. Ma notate che si tratta di una creazione. L’identificazione con i nostri pensieri costituisce un legame fortissimo che ci limita, ci imprigiona in un sistema fondamentalmente insoddisfacente.
Il Buddha indicava la sofferenza, il carattere insoddisfacente dell’esperienza, come una Nobile Verità e spiegava che, identificandoci con ciò che è insoddisfacente e incompleto, non potremo mai sentirci appagati o completi. Ma questo attimo presente ci offre l’opportunità di un’attenzione vigile e lucida grazie alla capacità semplice e immanente di essere presenti, di prestare attenzione, di aprirci a questo momento cosciente. Non si tratta di definirlo o di giudicarlo, bensì di diriconoscere la nostra innata capacità di fare attenzione, di essere totalmente qui e ora. Possiamo essere completamente presenti nel momento senza proiettarvi alcunché di personale. Le proiezionisi basano sulle idee che abbiamo di come dovrebbero o non dovrebbero essere le cose, su pensieri relativi alle nostre preferenze.
L’attimo presente è tutto quello che c’è – punto. Non c’è nulla oltre questo momento. Nel presente possiamo immaginare il futuro e ricordare il passato, per cui il tempo ci sembra reale. Siamo governati da calendari e orologi. Il senso di noi stessi è una condizione dominata dal tempo. Condizionato in questo modo, io sono questo corpo e ho settant’anni, perché questo corpo è nato settant’anni fa. Non ricordo di essere nato e semplicemente presumo che sia accaduto, ed ecco qua ilrisultato di quella nascita. Sto sperimentando la coscienza in questo preciso istante attraverso questo particolare corpo umano cosciente. È una forma che ha settant’anni, condizionata da cultura e linguaggio a pensare e a percepire in un certo modo.
A partire dalla nascita, sperimentiamo la coscienza in una forma separata. Ma tenete presente che il corpo è una condizione naturale; non l’abbiamo creata noi. Non creiamo la coscienza. Ciò che invece creiamo è il senso di un sé, di un’identità nella sfera del condizionato. Crescendo e diventando adulti ci 1 Consapevolezzarisvegliata Ajahn Sumedho Tratto dal libro: The Wheel of Truth, capitolo 5 versione originale 2014 © Amaravati Buddhist Monastery troviamo confinati in questa condizione limitata del nostro corpo fisico e ci attacchiamo ai ricordi, al condizionamento culturale, all’appartenenza etnica e all’identità sessuale. Questo processo di condizionamento è artificiale; è prodotto da noi esseri umani ed è essenzialmente insoddisfacente. C’è sempre un senso di incompletezza. Nella nostra vita manca qualcosa. E allora cerchiamo di colmare questo vuoto in vari modi, con delle relazioni interpersonali, con una posizione di prestigio o di potere, con la prosperità economica e così via. Forse pensiamo che diventando ricchi, oppure costruendo un rapporto con un’altra persona, arriveremo a sentirci in qualche modo appagati e quel senso di mancanza scomparirà. Ma questo non succederà. Perché ciò che manca davvero è la consapevolezza. Il Buddha lo ha indicato in modo molto diretto e il suo insegnamento si sta diffondendo nel mondo da ormai 2547 anni, eppure sono pochi tra noi coloro che ne hanno colto l’essenza. Tante volte ci identifichiamo con le convenzioni buddhiste anziché usarle per la consapevolezza. Tutte le forme, i simboli, le immagini e le tradizioni mirano al risveglio, vogliono indurci a sviluppare la consapevolezza per poterci liberare dall’abbaglio, dalla visione ingannevole. Identificarsi con una qualsiasi delle tradizioni buddhiste è pur sempre un autoinganno.
È vero, tutti quanti dobbiamo cominciare da illusi. Anch’io all’avvio della pratica meditativa mi vedevo come una persona assai confusa e infelice che si accingeva a praticare la meditazione perforse farcela a raggiungere l’illuminazione nel futuro. Presi dunque il via dal presupposto di essere una persona infelice che doveva impegnarsi in un’attività chiamata “meditazione” per diventare nel futuro qualcuno chiamato “illuminato”. È così che all’epoca mi sembrava stessero le cose e agivo di conseguenza. Fu la meditazione buddhista ad attrarmi a quel tempo e quindi mi ci dedicavo, motivato dall’idea di raggiungere l’illuminazione nel futuro, in virtù di un lavoro strenuo e perseverante. La mia dedizione alla pratica era senza riserve. “Immergiti totalmente, diventa un monaco, vota la tua vita al buddhismo e alla meditazione, così, forse, potresti…”. A volte pareva un’impresa impossibile, perché la mia personalità continuava a creare problemi anche con il monachesimo buddhista. Ma, per lo meno, da quel punto di partenza presi il via, e quindi nel 1966 diventai un novizio in Thailandia. Passai quell’anno a Nong Khai, nel nordest della Thailandia, da solo in una piccola capanna di un monastero dove si praticava e si insegnava la meditazione. Mi si portava del cibo ogni giorno, ma, a parte quel momento, rarissime volte avevo contatto con altre persone. Ho il ricordo di me seduto lì la prima notte pensando: “Finalmente ora sto da solo senza dover più far parte del mondo!”. Era come entrare in paradiso.
Ma quando si sta da soli a lungo si comincia a soffrire di solitudine. E ora affioravano i ricordi di tutte le esperienze fatte nel corso della mia vita. Provengo da una famiglia in cui non era permesso esprimere la rabbia e si doveva quindi imparare a reprimere non solo qualsiasi manifestazione di tale sentimento bensì perfino i pensieri arrabbiati. Suppongo che fosse per il fatto di aver represso la rabbia per trentadue anni che ora, da solo in questa piccola capanna, ero perennemente arrabbiato. Non riuscivo a fermare l’emozione, stava sommergendo tutto. Ma proprio da questo stavo cercando di fuggire: volevo diventare un monaco per trovare la pace. Avevo immaginato che, vivendo da solo in una capannina in mezzo al bosco, sarei stato in grado di accedere a uno stato di tranquilla serenità e magari di rimanervi. Invece trovai pochissimi momenti di pace. Rimasi in uno stato che sembrava rabbia pura per circa tre mesi. Ci fu un odio, un furore assoluto verso me stesso e verso ogni cosa.
Che cosa stava succedendo? Non ce n’era una ragione. Non potevo dare la colpa a quel posto o alle persone del posto. Ma intuivo di dover stare con questa esperienza, e allora semplicemente sopportavo la rabbia, il rancore, l’odio. Ed ecco che tutto cessò. Tre mesi passati all’inferno portando pazienza e non reprimendo nulla, e poi l’esperienza dell’ improvviso rilascio. C’era stato qualche tentativo di reprimere la rabbia, ma ogni volta che allentavo lo sforzo essa riesplodeva. Avevo pure provato a distrarmi: passavo il tempo a sistemare e ridisporre gli oggetti nella capanna alla disperata ricerca di un sollievo. Avevo un solo libro, La parola del Buddha, una raccolta di insegnamenti relativi alle Quattro Nobili Verità. E allora leggevo e rileggevo quello per almeno cento volte in quell’anno. Cominciai ad applicare le Quattro Nobili Verità alla mia esperienza nel presente. Stando immerso nella sofferenza potevo esplorare a fondo questo insegnamento, ne avevo in abbondanza della prima Nobile Verità.
C’era questo senso di guardare veramente la sofferenza, e non quello di analizzarla e cercare di comprenderla ragionandoci sopra: “Sto soffrendo perché provengo da una famiglia disfunzionale e sono stato costretto a reprimere la rabbia invece di poter esprimere liberamente le mie emozioni”. Non cercavo di individuare la causa della rabbia, mi limitavo ad aprirmi a questo sentimento, a riconoscerlo e ad accettarlo deliberatamente senza amplificarlo. Ecco che cos’è la consapevolezza. È la capacità di fare attenzione al proprio cuore in ogni momento – e non c’è nulla oltre il momento presente – la capacità di essere pienamente coscienti e vigili. Questo è il vero “Buddha che conosce il Dhamma”. È un Buddha interiorizzato, perché la parola “Buddha” significa “conoscere”. Buddha è colui che conosce; coscienza è conoscere.
Facciamo esperienza della sfera in cui ci troviamo attraverso i sensi, attraverso gli occhi, le orecchie, il naso, la lingua, il corpo e attraverso la mente. Questa sfera ha i suoi piaceri, le sue pene, i suoi lati positivi e negativi a seconda di ciò che vediamo, udiamo, odoriamo, assaporiamo, tocchiamo o pensiamo. Ma ciò che conosce queste esperienze non è personale. La personalità è una creazione. La conscienza invece è uno stato naturale che stiamo sperimentando ora. Non è qualcosa che creiamo o che possiamo possedere. La coscienza nel suo stato naturale ci permette di vedere le cose come sono in realtà. Possiamo essere consapevoli dei pensieri: così diventano oggetti nella coscienza. I pensieri sorgono e svaniscono; facendo attenzione vediamo il Dhamma, ovvero vediamo la realtà così com’è. Non vuol dire definire la realtà, bensì indicarla. Quindi, se vogliamo conoscere la realtà dobbiamo fare attenzione ora, nel presente. Ci fidiamo di questo stato naturale di attenzione vigile e, nell’immediatezza di questo istante, abbiamo la conoscenza diretta e autentica del Dhamma.
Nei suoi insegnamenti il Buddha ci indicava tutti i fenomeni condizionati come impermanenti: sabbe sankhārā aniccā. Nella pratica di vipassanā l’impermanenza va osservata, non proiettata e sovrapposta all’esperienza. Non è il tentativo di provare che tutto è impermanente, come se si trattasse di una dottrina buddhista in cui dobbiamo credere e che va preservata. Ci risvegliamo invece al fluire naturale come lo sperimentiamo nel qui e ora. E per farlo occorre satisampajañña – consapevolezza e la capacità di fare attenzione – una vigilanza a trecentosessanta gradi che include tutto nell’istante presente.
L’attività del pensare ci tiene legati a una sequenza lineare di pensieri associativi. Ma in un momento intuitivo di presenza consapevole tutto è incluso, ogni cosa fa parte di questo istante. Tale consapevolezza intuitiva è la nostra capacità di ricevere il momento presente; in uno stato di attenzione rilassata essa è naturalmente ricettiva. Non è questione di imporsi a fare attenzione: “Devo essere consapevole e fare attenzione a questo momento!” – qualunque cosa pensiamo che questo momento sia. Il punto è di imparare ad aver fiducia in se stessi in un modo non accessibile per chi si limita a crearsi continuamente come personalità. Chi si ostina a credere di essere la propria personalità, alla fine si ritrova in preda a dubbi e perplessità, e si mette a leggere altre scritture, altri libri, riempendo la propria mente di altre idee. Ma ricordate che le scritture sono parole e sono create da esseri umani.
Con sati-sampajañña diventa possibile una sintonia che non dipende dal linguaggio. Vi invito a prendere questa direzione, ben coscienti che si tratta di uno stato a noi connaturato. Non è uno stato che dipende da condizioni sublimi o da un ambiente particolare. La consapevolezza è qui e ora. È naturale e se non fossimo mai consapevoli saremmo già morti da un pezzo tutti quanti. Il fatto è che siamo consapevoli, ma non ce ne rendiamo conto. La nostra società non apprezza e non valorizza la consapevolezza. Vogliamo isuccessi e il potere, la felicità e la libertà, diritti e privilegi e il meglio di ogni cosa. Non vogliamo tirannia, ingiustizia, iniquità, povertà – no, non vogliamo nulla di tutto ciò. La nostra società è basata su degli ideali. E gli ideali si creano con il pensiero. È facile immaginare il meglio, almeno per me lo è. So perfettamente come tutto dovrebbe essere. So come dovrei essere io e come dovreste essere voi. So come dovrebbero essere gli Stati Uniti. Ma sta proprio lì la frustrazione, vero? Posso creare l’ideale di un monaco buddhista perfetto – ma non sono mai stato in grado di esserlo! È un ideale, una creazione, e gli ideali non devono fare i conti con i dati dell’esperienza sensibile.
Ma nella consapevolezza risvegliata c’è l’esperienza di una sensibilità totale. L’esperienza di viste, suoni, odori, sapori, impressioni tattili e dei pensieri – tutto questo ha a che fare con la sensibilità. Ci troviamo nella sfera della sensibilità, è di questo che stiamo facendo esperienza proprio ora. Non stiamo vivendo un momento ideale, bensì un momento espe3 rienziale. Il corpo ci fa sperimentare delle sensazioni, come per esempio quella della pressione esercitata dal proprio peso, oppure un dolore o un qualche fastidio. Forse registriamo l’assenza disensazioni, oppure proviamo delle emozioni. Occorre riflettere su questa sfera di sensibilità. A questo si riferiva il Buddha, alla consapevolezza risvegliata, sati-sampajañña, la nostra capacità di ricevere questo momento così com’è: sul piano fisico, mentale, emotivo o in qualsiasi altro ambito. Imparate a fidarvi di questa consapevolezza, questa attenzione vigile alla realtà di questo momento. È ciò che è presente qui e ora ed è sconfinato come lo spazio. Non è possibile in questo momento trovare un limite alla coscienza.
Possiamo contemplare la realtà di questo istante, non definendola in termini personali, bensì usando mezzi abili che ci aiutano a osservarla così com’è. Avere un corpo umano è così. Contempliamo le quattro posture: stare seduti, stare in piedi, camminare e stare sdraiati. Tali posture sono la normalità. Contempliamo i movimenti del corpo durante il giorno e la notte, la respirazione, la realtà delle posture, del respiro, delle impressionisensoriali. Rivolgiamo l’attenzione alla realtà così com’è. In questo modo motiviamo noi stessi nel presente a risvegliarci alla realtà più ovvia che stiamo sperimentando. Non pensiamo a come, nel caso ideale, il corpo dovrebbe essere in questo momento. Stiamo imparando a guardare la realtà di questo momento senza criticarla e senza giuducarla.
Guardate l’esperienza delle emozioni: siamo convinti di essere le nostre emozioni. Ma quando siamo felici o tristi, quando siamo depressi,spaventati, o gelosi, invidiosi, indignati, amareggiati, bramosi – c’è una consapevolezza di questi stati. Posso essere consapevole di qualunque emozione io stia sperimentando. Se faccio attenzione, se osservo, se mi apro all’esperienza, posso essere consapevole di provare desiderio o avversione, oppure paura o ansia. È così. E allora questa consapevolezza è disposta ad abbracciare l’esperienza emotiva di questo momento, disposta a permetterle di essere quello che è. Non esprime giudizi; ci dà il coraggio diriceverla. L’energia emotiva di questo momento è così. In questo modo ci educhiamo a fare attenzione al mondo delle nostre emozioni, alla misura in cui può essere sentito come “me” e “mio”: i mieisentimenti, i miei desideri e la mia rabbia; attenzione al suo potere di creare un senso di sé talmente forte e convincente.
C’è anche una fortissima identificazione con il proprio fisico. Il proprio aspetto, lo stato di salute, le infermità sono importantissimi. Possiamo perderci totalmente nell’avversione al dolore, alla malattia o alla vecchiaia. Animati dal desiderio disalute, vigore e giovinezza possiamo creare le illusioni che ci fanno sentire giovani,sani e belli. Ma non è possibile mantenere tali illusioni, non alla mia età. Tuttavia, dicendo “ècosì che stanno le cose” non critichiamo il progressivo invecchiamento del corpo. Siamo disposti a ricevere, a permettere e a discernere.
La nostra capacità di discernere è saggezza, paññā. Il discernimento non esprime giudizi né positivi né negativi. Esso semplicemente conosce il modo in cui stanno le cose. Usando la consapevolezza, cominciando a riconoscerla e a coltivarla, attiviamo la facoltà della saggezza. Questa saggezza non è una capacità personale di pensare e comprendere. È una naturale capacità di discernimento che si attiva quando lasciamo andare l’ego e la visione ingannevole. Non ha senso quindi affermare che la saggezza sia una cosa che “io” ho raggiunto. Al massimo posso dire che con la pratica volta a lasciar andare l’ego e la visione ingannevole la saggezza si manifesta spontaneamente. Non si tratta del raggiungimento di un traguardo, visto che non mi manca e che non ne sono mai stato privo. È piuttosto qualcosa di cui forse prima non mi accorgevo o cui non permettevo di funzionare.
A livello di personalità continuavo a creare un’infinità di problemi a me stesso e a chi mistava intorno. Mi piaceva l’idea di saggezza e volevo diventare una persona saggia, ma sembrava una possibilità talmente remota che non nutrivo alcuna speranza di diventare saggio in questa vita. Avevo trentadue anni allora e una mente critica,scettica, delle abitudini emotive alquanto infantili e un intelletto oppressivo e giudicante. È questo il dilemma: da una parte c’è l’intelletto e dall’altra il mondo delle emozioni. L’intelletto non conosce distinzioni e sottigliezze, bensì sentenzia: “Non essere così egoista. Non dovresti agire in questa maniera. Non dovresti avere questo tipo di pensieri”. Esso sa esattamente come non si dovrebbe essere. Ci fa sentire perennemente in colpa o inferiori o non all’altezza. Ilrisultato è tanta confusione. Come risolvere dunque questo conflitto tra la mente raziocinante e quella emotiva? Nel mio caso c’era 4 l’attaccamento all’ideale di “non essere una persona egocentrica”, eppure la mia personalita era in larga misura condizionata a essere assai egocentrica. Pensavo inanzitutto a me stesso. Ed ero invischiato nell’avversione e nei sensi di colpa nei confronti della mia stessa vanità e del mio egocentrismo. Come risolvere questa contraddizione?
Pareva che l’unica via per affrontarla fosse quella che noi chiamiamo meditazione. Usando il termine “meditazione” miriferisco a ciò che in pali viene chiamato bhāvanā, ovvero coltivazione della consapevolezza. Significa sviluppare il Nobile Ottuplice Sentiero. Ora, potrebbe piacervi l’idea, ma sapete davvero che cosa comporta farlo e ve ne fidate? Nel contesto delle Quattro Nobili Verità vuol dire cominciare a esplorare la Prima Nobile Verità della sofferenza, investigando l’insicurezza, la confusione o la gelosia e di sondare sia le emozioni forti come la rabbia o l’avidità,sia stati come la solitudine o la noia. Si tratta di riconoscere: “è così” e di aprirsi a questa esperienza. Non è il tentativo disbarazzarsene o di analizzarla, bensì la disponibilità di esserne pienamente coscienti. E qualsiasi cosa che venga accolta senza riserve nella coscienza può in seguito essere lasciata andare.
La Seconda Nobile Verità ci porta a penetrare il significato di questo lasciar andare, ci porta a individuare gli abbagli che ci affliggono e che producono il senso di identità e l’attaccamento ai desideri, il risultato dell’ignoranza delle Quattro Nobili Verità. Applicare queste Verità all’esperienza qui e ora è un mezzo abile che ci permette di vedere la realtà di questo momento in un modo altrimenti pressoché inaccessibile. La sofferenza è la più comune delle esperienze umane: la perdita delle persone amate, non ottenere ciò che si desidera, non volere ciò che si ha. È una condizione umana universale questa, ed è attraverso l’esplorazione e l’investigazione delle Quattro Nobili Verità che si arriva al non-attaccamento, la Terza Nobile Verità: la realizzazione del non-attaccamento, la realtà del non-attaccamento.
La Quarta Nobile Verità è la coltivazione della consapevolezza, una consapevolezza non frammentata, non sporadica, bensì connessa, coerente. La consapevolezza non è una creazione; non è uno stato dipendente. Non è un’esperienza sublime. È naturale e non dipende da condizioni. Una volta riconosciuta, supporta se stessa. Non tocca a “me” farla sorgere. Non si tratta più di “me” impegnato nel tentativo di essere consapevole. Riconoscete la realtà della consapevolezza: sati-sampajañña “è semplicemente questo”, fidatevene, arrendetevi a essa. Poi investigate le esperienze in atto a livello fisico, mentale, emotivo, di qualunque tipo esse siano.
Saper meditare vuol dire quindi liberarsi dagli abbagli e dai condizionamenti a livello culturale. La consapevolezza ci porta oltre questi condizionamenti. Essa non è un aspetto di una particolare cultura e non appartiene ad alcuna religione; non è di genere maschile o femminile non è buddhista. È naturale, è qui e ora. La consapevolezza non ha qualità all’infuori della consapevolezza. Riconoscendola ci risvegliamo – in virtù della semplice capacità di fare attenzione – in questo stato di ricettività equilibrata nel presente che include tutto, ciò che è piacevole e ciò che è doloroso, ciò che desideriamo e ciò che non vorremmo. È questa dunque la via di uscita dalla sofferenza. È questo ilsentiero. È l’accesso all’imperituro, alla realtà ultima.
L’originale è all’indirizzo
https://www.amaravati.org/dhamma-books/anthology-vol-5-the-wheel-of-truth/
Ringraziamenti a Maria Huf Barzoi
per la traduzione dall’inglese

Registrazioni eseguite nel corso di un incontro di meditazione al centro Ayco (Infernetto – Roma) il 30 novembre 2019.
01. Meditazione guidata –
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02. Istruzioni sul respiro –
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03. Cosa è davvero importante –
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Ajahn Sumedho
Tratto dal libro: The Wheel of Truth, capitolo 5
versione originale 2014 © Amaravati Buddhist Monastery
Tratto da: The Middle Way, Agosto 1986

Trovare l’equilibrio nella meditazione è un qualcosa che si impara praticando, e che non sappiamo fare spontaneamente. Per apprendere come camminare, un bambino piccolo deve fare determinati sforzi iniziali: si aggrappa ai mobili, si tira su in piedi, cade, e alla fine impara a stare in equilibrio, a fare un passo e poi un altro. È la stessa cosa nella meditazione. Si impara grazie alla determinazione e a uno sforzo costante. A volte vogliamo strafare e cadiamo. Altre volte non ci impegniamo abbastanza e stiamo semplicemente lì a sonnecchiare. Ci vuole il giusto grado disforzo, e soltanto se noi stessi siamo equilibrati riusciamo a sapere quale sia. È avvalendoci della saggezza e della consapevolezza che cominciamo a vedere dove si trova questo equilibrio. Osserviamo e investighiamo condizioni come la depressione, la pigrizia, l’aggressività, l’impazienza e l’irrequietezza, e, rimanendo presenti e osservando la natura delle cose, comprendiamo in che modo occorre praticare. Arriviamo a comprendere lo stato in cui “c’è il conoscere”, ciò che è vigile e sveglio.
L’approccio mondano ha sempre a che fare con il divenire un qualcosa. Parliamo di “diventare illuminati” anziché essere l’illuminazione. Partecipiamo a un ritiro di meditazione per diventare saggi piuttosto di essere la saggezza. E così i nostri valori e modi di pensare mondani ci confondono e ci illudono. Molte persone, pur praticando la meditazione, restano ancorati ai loro atteggiamenti mondani. Semplicemente si impadroniscono di una tecnica, acquisiscono un sacco di concetti e riescono a crearsi un’identità di meditanti senza però mai illuminarsi in questo processo. Se l’approccio non è corretto, qualsiasi tipo di tecnica è soltanto un espediente meccanico che favorisce gli attaccamenti mentali e il proliferare di opinioni e punti di vista. Infatti, con l’atteggiamento sbagliato si travisano perfino le sagge intuizioni che possono maturare, finendo per aggrapparcisi.
L’approccio o atteggiamento corretto è la cosa più importante, il primo passo lungo l’Ottuplice Sentiero1: sammā-diṭṭhi, Retta Comprensione. Grazie a questo passo vediamo che qualsiasi affermazione riguardo al conseguimento di determinati stati proviene da una condizione mentale, da un’opinione. Durante il mio primo anno di pratica meditativa ebbi molte intuizioni. Poi, nel corso del secondo anno mi ostinavo a cercare di riavere le stesse intuizioni perché il loro ricordo era così piacevole – ma non si può avere due volte la stessa intuizione! Un’intuizione scaturita dalla visione profonda è una comprensione istantanea e immediata, non è un ricordo. Eppure siamo attaccati alle concettualizzazioni, alle opinioni, alla fabbricazione di interpretazioni a tal punto da trasformare una saggia intuizione in qualcosa che si ricorda invece di vivere guidati da essa. Mettiamo, putacaso, disentirci dire che fare e rifare per tante volte una certa cosa ci porterà all’illuminazione, e supponiamo di crederci perché ci fidiamo dell’insegnante. In tal caso, il nostro atteggiamento è quello di credere ciò che dice il maestro invece di investigare e arrivare a delle conclusioni autonomamente. Seguire un maestro va bene purché si riconosca il formarsi di eventuali attaccamenti. Potreste credere che una determinata tradizione sia pura o che non dovreste aver nulla a che fare con qualsiasi altra tradizione. Oppure potreste credere che non dovreste aver nulla a che fare con alcuna religione. Ma si tratta sempre solo di credenze e attaccamenti a un’opinione, giusto? Sto cercando di comunicarvi che c’è un pericolo insito nell’attaccarsi alle cose, ma ciò non significa assolutamente che non dovreste avvalervi di una particolare tecnica o tradizione. Viserve un metodo che possa aiutarvi a trovare l’equilibrio: l’atteggiamento di “essere il conoscere” invece di applicare una certa tecnica al fine di divenire un qualcosa. Non si tratta dell’atteggiamento di chi è convinto che non serva fare alcunché o che ogni tipo di pratica sia un ostacolo. Ma consiste nell’essere consapevoli, di momento in momento, di ciò che attraversa la mente e il corpo, l’essere consapevoli perfino del nostro attaccamento a una tecnica o a opinioni riguardanti il buddhismo. Possiamo dire: “Il buddhismo theravada è la forma originale del buddhismo, pura e autentica”, e tale affermazione gli conferisce importanza, giusto? Poi arriva un seguace del mahayana e afferma: “La nostra tradizione è la suprema; noi siamo il Grande Veicolo. Chi segue il theravada segue il Veicolo Minore…”. “Minore” non suona tanto bene, vero? Ma “supremo” – quello sì che è fantastico. Poi è il turno degli appartenenti al vajrayana ad asserire che il Massimo è la loro tradizione! In Thailandia alcuni monaci dicono: “Bisogna cominciare dalla pratica di samatha, o calmo dimorare, fino a raggiungere il primo jhāna e poi arrivare agli altri jhāna perché ci vuole un certo livello di concentrazione prima di potersi accostare alla pratica di vipassanā” 2 . Poi ci sono i fanatici di vipassanā, che sostengono: “Lasciate stare la pratica samatha, è pericolosa, è ingannevole e fuorviante. Praticate solamente la meditazione vipassanā”. Così cavillano e litigano perfino a proposito di samatha-vipassanā, e sì che questi non sono che termini, modi di parlare di cose che si possono invece conoscere direttamente. Quando pacificazione della mente e visione profonda lavorano in sinergia il conflitto si risolve. Si può anche affermare che il Sentiero è sīla, samādhi, paññā: etica, concentrazione e saggezza. Si inizia dall’etica, su questa base si sviluppa la concentrazione e infine sorge la saggezza. In questo modo sembra che una cosa porti a un’altra in una sequenza stabilita, ma non funziona sempre così. Durante ilsoggiorno di Ajahn Chah a Londra, alcune persone di origine asiatica gli fecero visita e gli chiesero: “Perché insegni samādhi, la concentrazione, a gente con un basso livello di sīla, ovvero etica?”. Ajahn Chah rispose: “Da qualunque parte cominciate si svilupperanno tutt’e tre”. E proseguì: “Se si parla di etica qui in Inghilterra non verrà nessuno ad ascoltare. Allora si parla di saggezza perché è un argomento che desta interesse”. Naturalmente, dopo un periodo di pratica cisirende conto che non è possibile progredire senza una qualche disciplina morale. Cominciate dal punto in cui vi trovate, con ciò che avete a disposizione, anziché da un ideale di come dovrebbe essere. Che iniziate da vipassanā o da samatha, l’una condurrà all’altro. Il consiglio qui è di cominciare a notare l’attaccamento. Questo non vuol dire smettere di avvalersi delle tecniche di meditazione adottate, bensì esaminare eventuali attaccamenti, opinioni,speranze, aspettative o delusioni, riflettendo sui risultati di ciò che si sta facendo. Ci si focalizza su questa capacità di riflettere; si è quel conoscere invece di ridursi a fare della pratica meditativa un’altra abitudine ancora. Grazie a un’intuizione profonda si comprende qualcosa che precedentemente non si comprendeva e che ora si penetra dal centro del proprio essere; non è semplicemente qualcosa che si è letto e capito a livello di intelletto. Una saggia intuizione, sia essa piccola o grande, si distingue per l’immediatezza e un concomitante senso di gioia e sollievo. Ma poi cisi aggrappa perché conduce ad una sensazione piacevole. Anche ilsenso di calma che sorge con la deprivazione sensoriale e in assenza di stimoli per la mente è piacevole, quindi cisi attacca pure ad esso. Possiamo imparare da questo e da altre condizioni che creano dipendenza, come per esempio quelle incontrate in un ritiro di meditazione. In tale situazione speciale basta seguire le direttive predisposte e non occorre prendere personalmente delle decisioni. È benefica l’assenza di stimoli sensoriali sgradevoli o eccessivi, ma con il ritorno in città, ci si espone al brusco impatto con una sollecitazione dei sensi assillante. Se ci si attacca alla tranquillità provata durante ilritiro, allora sorgerà avversione a questo impatto. Identificate dunque qualsiasi tipo di avversione che affiori, perché l’avversione è sempre causata dall’attaccamento. Quanto ad avidità, odio e illusione, i tre problemi fondamentali dell’umanità, prendete atto della natura del corpo umano, forma legata al desiderio, e della necessità del corpo di essere nutrito perché possa sopravvivere. Potreste sentire avversione nei confronti dell’avidità per puro pregiudizio e senza comprendere i bisogni del corpo. Cisaranno desideri operanti attraverso il corpo finché è in vita: il desiderio di mangiare, di bere e di fare sesso. Queste sono cose naturali. Non sono un sé, né un personale fallimento. Grazie alla saggezza le vediamo per quello che sono, invece di esserne attratti al punto da creare attaccamento, esagerando la loro importanza, oppure cercando di annientarle, spinti dall’avversione. Cominciamo quindi a individuare la giusta quantità di cibo necessaria per nutrire il corpo, anziché semplicemente seguire l’avidità o pensare: “Sono una persona talmente avida, ora non mangerò proprio niente!”. Non è saggezza questa, è l’attaccamento a un’opinione. La stessa cosa vale per il desiderio sessuale. Si tratta di un impulso naturale, dato che una delle funzioni del corpo umano è quella riproduttiva. Non essendo il sesso necessario alla sopravvivenza del singolo, nella “vita santa” o brahmacariya 3 , scegliamo di astenerci da qualsiasi attività sessuale intenzionale. Il risultato di una vita in castità è una mente molto calma. Il sesso è assai eccitante, la castità non lo è, si comincia così ad apprezzare la serenità piuttosto di cercare l’eccitazione. Vivendo invece nel mondo, occorre trovare un rapporto equilibrato con la propria sessualità anziché reprimerla oppure sfogarla ciecamente, sfruttando altre persone. Occorre riflettere con saggezza su come integrare la sessualità nella nostra vita in modo corretto e a comprendere le forze naturali con cui dobbiamo coesistere. Si può riflettere su come vivere in modo da poterrispettare se stessi e sviluppare comprensione invece diridursi a sfruttare o sopprimere queste condizioni di natura. In questo contesto i precetti costituiscono un criterio utile. Se non abbiamo alcuna norma etica da osservare si passa da un estremo all’altro,seguendo lo stato d’animo del momento. Si fa presto a dire: “Ne ho abbastanza del sesso, non farò sesso mai più” quando è presente l’avversione, ma quando non è presente,riecco l’impulso. Cercate dunque di comprendere questi corpi umani assediati da fame, dolore e la sensibilità al caldo e al freddo – queste cose semplici che tutti dobbiamo sperimentare. Cominciando a essere pazienti, scoprirete che la fame, per esempio,si può sopportare facilmente. È possibile digiunare per periodi estesi senza grandi difficoltà; la sensazione fisica non è poi così spiacevole. È la conseguente reazione emotiva a farne un problema. Cominciate a lasciar andare, a vedere che non è necessario seguire reazioni emotive abituali. Quanto al dormire: in che misura si tratta soltanto di un’abitudine e quanto sonno serve davvero perristorare il corpo? Gli elementi fondamentali della nostra esistenza – sonno, cibo e sessualità – vanno considerati fonte di apprendimento grazie alla pratica, anziché argomenti da conoscere a livello concettuale e nozionistico. Non stiamo studiando il buddhismo sui libri, pur avendo un loro ruolo anche la lettura e lo studio, ma stiamo imparando a praticare e a comprendere grazie alle forze operanti dentro di noi e conformemente a quanto è appropriato a questo momento e a questo luogo. Le convenzioni che al monastero usiamo, i precetti ed eventuali istruzioni o tecniche, sono oggetti diriflessione piuttosto che fine a se stesse. Magari non vi piace la recitazione dei canti, ma si tratta di un punto di vista vostro e potete vederlo come tale e basta. Ciò che non vi garba in relazione ai canti va usato come oggetto diriflessione. Non si tratta di gradire o approvare ogni aspetto, bensì diriflettere sulla natura della mente stessa, perché la vita è proprio così:sarete d’accordo con alcunisuoi aspetti, con altri invece no. Se vi sembra di dover sempre essere circondato da condizioni di vostro gradimento, allora non potrete imparare dall’altra metà dell’esistenza, da tutte le condizioni: guadagno e perdita, successo e 3 3. Brahmacariya è la vita in castità fallimento, felicità e sofferenza, elogio e biasimo. Se non imparate in questo modo, la vostra vita sarà un continuo tentativo, motivato da paura e avversione, di tenerla sotto controllo e di manipolarla. Qualcuno vi dice: “Sei il miglior insegnante che io abbia mai avuto”, e siete estasiati. Poi qualcun altro dice: “Sei un incapace!”, ed eccovi in preda a depressione e rabbia. Non si tratta di essere il migliore o di avere il meglio di ogni situazione, di aderire al Veicolo Supremo o a quello più puro. Si potrebbero elencare tutti i superlativi e dichiarare: “Ajahn Sumedho insegna il Sommo, Supremo, il più puro di tutti i Veicoli”, ma sarebbe solo l’ennesimo punto di vista da difendere, giusto? Come fate a sapere che il buddhismo è la religione migliore? Magari non è così. C’è il “Veicolo Supremo”, il “Sommo”, il “Puro”, oppure potremmo avere bisogno di una “religione moderna per l’umanità contemporanea”? Si tratta sempre di opinioni e punti di vista, e basta, non è vero? Sceglietene uno in base alla fiducia che vi ispira e, mettendolo in pratica, provate a vedere se funziona. Personalmente non vedo per quale motivo il buddhismo potrebbe essere considerato inappropriato ai bisogni della società attuale. Sicuramente è appropriato ai miei bisogni. Ma potrebbe non esserlo per voi. Tocca a voiscoprirlo. In questo momento abbiamo a disposizione questo luogo e questa situazione: quanto siete abili nell’usarli? Con l’approccio corretto alla meditazione potete riflettere sulla natura dell’attaccamento. Potete vedere la sofferenza, il suo sorgere e la sua cessazione.
1. L’Ottuplice Nobile Sentiero delinea l’addestramento istituito dal Buddha e finalizzato al Risveglio. Inizia con la prospettiva saggia della Retta Visione o Retta Comprensione e include l’etica e la meditazione. Può essere simboleggiato da una ruota in cui ogni fattore costituisce un raggio che sorregge il tutto. In questo modo i risultati della meditazione potenzieranno e intensificheranno la Retta Visione.
2. Samatha e vipassanā sono approcci meditativi che mirano rispettivamente a mantenere l’attenzione sull’oggetto di meditazione o a investigarlo. Jhāna significa assorbimento e siriferisce a uno qualsiasi dei vari livelli di concentrazione profonda.
L’originale è all’indirizzo
https://www.amaravati.org/dhamma-books/anthology-vol-5-the-wheel-of-truth/
Ringraziamenti a Maria Huf Barzoi
per la traduzione dall’inglese
