Ajahn Viradhammo – Accettazione e responsabilità

© Ass. Santacittarama, 2007. Tutti i diritti sono riservati.

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Basato su un discorso tenuto al Monastero di Bodhinyanarama nel 2000

(…) Contemplando il primo precetto che dice di non fare del male agli esseri viventi, vediamo quanto sia difficile in Nuova Zelanda. Per creare le riserve d’uccelli di Karori e Kapiti, sono stati uccisi molti oppossum, topi, gatti ed ermellini. Senza uccidere questi animali, gli uccelli originari sarebbero morti tutti. Che fare?

La prima cosa da fare è accertarsi di tener ben presente il primo precetto. Se qualcuno sente di dover trasgredire il precetto ci pensi su bene e a lungo, riflettendo sulla necessità e sull’importanza di togliere la vita, poi sia responsabile delle proprie decisioni. Se il precetto non venisse considerato affatto, è facile che sorgano atteggiamenti mentali contrari a certe forme di vita. I regni animale e vegetale sono allora considerati solo in termini di desideri umani, di economia umana invece che secondo compassione e amorevolezza.

Siete mai riusciti a considerare un ragno come un animale domestico? I bambini lo fanno facilmente. Vi è mai capitato di passare dalla considerazione “questa è una bestia inutile” al guardarla invece con simpatia, sentendo che è una creatura senziente che cerca la felicità in un suo modo peculiare? Ciò creerà un rapporto completamente diverso. E anche molto bello. Potrebbe sembrare utopistico e impraticabile ma l’insegnamento buddhista ci sprona a coltivare un cuore amorevole e ad eliminare il cuore alienante. Certo, dobbiamo proteggere l’ambiente dalle male erbe, ecc., ma non lasciamo brutalizzare la nostra mente con atteggiamenti crudeli e violenti.

Il secondo precetto riguarda la non-corruzione: mi impegno a seguire la regola di non prendere nulla che non mi sia dato. Nelle regole monastiche questo punto basilare di non rubare viene ulteriormente raffinato. Per esempio se qualcuno desse a un monaco, qui in Nuova Zelanda, un oggetto del valore di 1000 dollari e poi il monaco andasse in Canada. Secondo la dogana canadese questo oggetto deve essere dichiarato e si deve pagare la tassa d’importazione. Ma se invece il monaco lo mettesse nella propria sacca da viaggio e poi passasse la dogana senza dichiararlo, sapendo benissimo che lo fa per evadere la tassa, commetterebbe un reato di “sconfitta” (defeat), conosciuto come parajika. Abbiamo quattro offeseparajika. Quando un monaco ha commesso una offesa parajika deve lasciare l’abito; è una cosa molto seria. Questo tipo di imbroglio sarebbe di forte impedimento alla sua vita spirituale, per cui la regola lo aiuta ad essere molto attento. Stare attenti in queste cose porta ad avere una mente libera dal rimorso e dall’odio verso se stesso. E libera anche dalla paura di essere ripresi.

Questi precetti portano a un senso di impeccabilità come standard di vita spirituale. Gli insegnamenti morali ci spronano a capire le leggi del paese e a seguire queste regole, perché se non lo facciamo noi, chi lo farà?

Questo è il nostro impegno verso la comunità. Non è un modo facile di svicolare o di seguire l’umore del giorno, “Tutti stanno prendendo le cose dal retro del camion e perché non io? L’ufficio è pieno di articoli di cancelleria”.

Una mente così non è una mente impeccabile. Una mente che agisce in modo disonesto diventa una mente afflitta dai rimorsi, dalla paura e dall’arroganza. Non è una mente che può sperimentare la bellezza di un cuore tranquillo.

Il precetto che riguarda la parola è un utile specchio che ci aiuta a vedere le motivazioni e le intenzioni che stanno dietro alle nostre parole. Il parlare scorretto riguarda il mentire, imprecare, calunniare e chiacchierare a vanvera. Il parlare corretto è un parlare veritiero, un parlare che è bello, un parlare che genera armonia invece che divisione. E’ un parlare in accordo con il Dhamma.

Il parlare può essere molto ispirante. Per esempio, quando il Dalai Lama venne in Nuova Zelanda le sue parole furono di grande ispirazione per molte persone. All’opposto, possiamo sentirci molto disturbati sentendo qualcuno parlare con un cuore pieno di crudeltà e odio. Perciò la parola è molto potente sia a beneficio che a detrimento della nostra società.

Ora con i soli precetti non possiamo sempre raddrizzare tutto, ma possiamo riflettere su di essi: la parola che è veritiera, la parola che è bella, la parola che è armoniosa, la parola che è in accordo con il Dhamma, tutto ciò è Retta Parola. Possiamo interiorizzarla nella mente e nel cuore.

Leggendo e contemplando un precetto al giorno per un certo periodo di tempo, questo precetto comincerà a risuonare nella mente. E se ci accorgiamo che parlando con qualcuno stiamo falsando la verità, esagerando o omettendo qualcosa, il precetto ci risveglia con la domanda “Perché sto facendo così? Perché sto mentendo? Perché sento il bisogno di falsare la verità?” Ci risveglia alla verità delle nostre motivazioni. Ma se non abbiamo chiari limiti etici o standard morali possiamo scivolare in un comportamento malsano e scorretto, nocivo a noi stessi e agli altri.

I precetti diventano così un modo di proteggerci dalle spinte interne di egoismo e insensibilità, spinte che tutti noi sentiamo ma che diventano pericolose solo quando crediamo alla loro voce.

Usando i precetti in questo modo, saremo in grado di chiederci “Che intenzioni ho?” Se ho cercato di manipolare qualcuno o se cerco di coprire qualcosa che ho fatto o se ho solo esagerato per rendermi più interessante, da dove viene tutto ciò? Viene dalla paura, dalla bramosia o da altri luoghi malsani? E che risultati ci sono? Sono risultati buoni? Sono risultati che danno pace? Sono risultati che ci rendono felici? Quando parlo così, la mia mente è confusa?

D’altra parte, quando incoraggiamo la gente, quando siamo sensibili verso gli altri, quando diciamo la verità, quando siamo in grado di ammettere i nostri errori, che risultati ne traiamo? Sono risultati buoni o cattivi?

La Retta Parola diventa così parte del cammino verso la libertà. Non è una cosa facile. Molti la trovano difficile. Ci può capitare benissimo di credere in proiezioni ingannatrici e trattare qualcuno con poca sensibilità e con maleducazione. O possiamo credere in banali rimostranze e a cause di esse colpire qualcuno in modo molto duro. O possiamo sentirci gelosi del successo di altri e calunniarli dietro alle spalle: ci sono così tanti modi di chiudere il proprio cuore e perdersi in discorsi sbagliati. L’empatia e l’amore del cuore vengono soffocati e alla fine ci sentiamo sempre più alienati.

Il precetto che riguarda le droghe e gli intossicanti naturalmente è molto importante, perché una vita veramente religiosa e spirituale richiede intelligenza e attenzione, qualità queste che vengono danneggiate dall’alcol e dalle droghe. Non dobbiamo assumere un atteggiamento puritano, “Non dovrai bere neanche un bicchiere di vino al compleanno della nonna”. No, non è così. Piuttosto dobbiamo riflettere sul perché assumiamo queste cose e che effetto hanno sulla nostra vita. Ci fanno diventare persone migliori e membri più responsabili della nostra comunità? E che dire del nostro povero corpo? E’ bello riempire il corpo di misture chimiche solo per amore del piacere o per bisogno di fuggire?

Perciò la struttura portante per una corporazione buddhista, per una corporazione religiosa è formata dai cinque precetti. Ognuno di noi sta lentamente raffinando e approfondendo l’uso e la comprensione dei precetti.

Per esempio il precetto sul non far del male non solo ci sprona a vivere una vita non violenta ma anche una vita di compassione. E noi lavoriamo per approfondire questa possibilità. Molta parte della filosofia buddhista sociale è basata sull’empatia.

L’empatia è un atteggiamento meraviglioso che ci aiuta a uscir fuori dal nostro egoismo e auto-ossessione. Quando abbiamo l’opportunità di dare a qualcuno e sentiamo la gioia di aiutare e curare qualcuno, vedremo che sono loro che ci danno molto. Sembra un controsenso, vero? Talvolta ho detto alle coppie che hanno adottato un bambino che il bambino è molto fortunato. Invariabilmente hanno sempre risposto: “No, no, siamo noi i fortunati”.

Abbiamo solo un centinaio di anni da vivere su questo pianeta, da 80 a un massimo di 100 anni. Qual è lo scopo della vita? Se possiamo fare qualcosa di bene per la società, per il pianeta terra e per gli esseri che lo abitano, questo dà un significato alla vita. Se questa è la base della nostra filosofia sociale, possiamo vedere con più chiarezza quanto siamo manipolatori, quanto razionalizziamo le nostre azioni per giustificarne lo scopo egoistico. Quando sorgono impulsi dannosi impariamo ad essere pazienti e a non seguire queste energie. Ma nel contempo coltiviamo anche stati mentali salutari, cercando di far fiorire la compassione e la gentilezza nel cuore. Questo è uno sviluppo molto bello della vita spirituale.

I progressi scientifici e tecnologici in campo medico e agricolo hanno creato complicati dilemmi morali che non esistevano ai tempi del Buddha. Per esempio, qual è la posizione del buddhismo sull’ingegneria genetica? In quale dei cinque precetti rientra?

Forse non c’è bisogno di prendere una posizione fissa. Ciò che è importante, comunque, è che i nostri cuori e le nostre menti siano libere da situazioni personali basate sulla bramosia o l’arroganza. Parte della Retta Parola allora potrebbe essere la capacità di discutere le questioni che sorgono e partecipare al processo di educazione che tutta la nostra società sta portando avanti. Questo significa un impegno personale a tenersi informati sulle questioni e poi pensare accuratamente come ci si sente nei loro riguardi alla luce dei propri valori etici. Questo ci darebbe la qualificazione necessaria di cuore e di intelligenza per partecipare a una discussione e dare un contributo significativo alla direzione morale della nostra società.

In una corporazione di artigiani c’è la responsabilità di mantenersi all’altezza degli standard raccomandati dalla corporazione, ma vi è anche la gioia di creare qualcosa di bello, come espressione della propria maestria.

Allo stesso modo, la nostra comunità buddhista ha degli standard all’altezza dei quali dobbiamo vivere e spronare gli altri a farlo; ma c’è anche la parte creativa del nostro essere che è parte della maestria o arte di vivere. Dare una parte di sé per il bene degli altri è veramente meraviglioso.

Alcune volte l’enfasi buddhista sulla pratica della consapevolezza può sembrare che uno stia sempre pensando a se stesso: un modo veramente poco edificante di vivere questa vita. La vita non è equilibrata se non ho niente da dare, se non ho niente che serve, nessuno da amare, nessuno da curare. L’opposto naturalmente è essere talmente proiettati fuori, talmente servizievoli e amorevoli che vado a finire in ospedale con un esaurimento nervoso. Dobbiamo mantenere l’equilibrio tra l’amore per sé e l’amore per gli altri.

E forse allora, il livello più profondo che la nostra comunità buddhista ci spinge a vivere è semplicemente amore reciproco. Il senso di accettazione e il nostro impegno per una buona etica è sempre sostenuto da un cuore di gentilezza amorevole.

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