Esercizi di pratica sulla parola

 

di Ajahn Mahapañño

La Retta Parola (sammā vācā) è il terzo fattore dell’Ottuplice Nobile Sentiero, la via di mezzo insegnata dal Buddha per realizzare il risveglio. Dottrinalmente, nel canone pali, troviamo la definizione: “E cos’è la retta parola? astenersi dal mentire, da un parlare che crei divisione, da una parola offensiva e da un parlare frivolo: questo è detto retta parola” – Saṃyutta Nikāya 45.8

Gli esercizi che vi proponiamo gravitano nella sfera di questa definizione, sono compatibili con essa e inclinano verso la pratica insegnata dal Buddha. Ovviamente non sono esaustivi né pretendono di esserlo, ma speriamo possano esservi utili per divenire più familiari con alcuni aspetti che sosterranno la comprensione del Dhamma e permetteranno la coltivazione della retta parola. Sono infatti basati sulla constatazione che quando siamo da soli conviene osservare la mente, ma quando siamo in compagnia è consigliabile osservare la parola che riflette la mente stessa.

 

Esercizio 1: Sempre, mai, ogni volta

Esercizio 2: Mani, spalle, piedi

Esercizio 3: Tre cancelli

Esercizio 4: Forse, non so, grazie

Esercizio 5: Le giuste domande

Esercizio 6: Chi non c’è

Esercizio 7: Nobile silenzio

 

Esercizio 1: Sempre, mai, ogni volta

Impariamo a notare il giudizio mentale implicito nell’utilizzo di certe espressione che sembrano “innocue”, la semplice descrizione di una situazione, mentre in realtà sono una vera e propria valutazione. In particolare possiamo sviluppare la consapevolezza della tendenza a generalizzare mediante, ad esempio, formule come:

  • tu sei sempre così …
  • tutte le volte ti comporti così …
  • non fai mai cosà …

(dal che è facile dedurre che tu sei proprio così!)

Sempre (e per sempre), mai (assolutamente sì o no), ogni volta (o tutte le volte), contrastano con una delle più note caratteristiche dei fenomeni insegnate del Buddha: anicca, l’impermanenza e l’incertezza insita nei fenomeni condizionati.
Sarebbe bene moderare l’utilizzo di simili espressioni lasciando spazio al condizionale.
Ovviamente sarebbe anche bene ridurre, fino ad eliminare completamente, l’intercalare con le parolacce, visto che non pare esserci una ragione per cui potrebbero migliora la nostra vita. 

Mi impegno durante tutta la prossima settimana ad educarmi nell’evitare di formulare espressioni giudicanti mediante l’uso di termini quali “sempre, mai, ogni volta”.

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Esercizio 2: Mani, spalle, piedi

Quando notiamo che una conversazione diventa troppo coinvolgente, portiamo l’attenzione al nostro respiro. Allentiamo la tensione alle mani, fino a sentire un movimento di rilassamento per poi passare alle spalle, rilassando anch’esse. Riprendiamo ora la conversazione mantenendo parte della consapevolezza sulla sensazione del contatto dei piedi per terra oppure del sedere che poggia sulla seggiola. Questo ci aiuterà a non essere completamente assorbiti dalle parole, coltivando una presenza mentale del corpo.

Mi impegno durante tutta la prossima settimana ad educarmi nel conversare mantenendo parte della presenza mentale con il corpo.

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Esercizio 3: Tre cancelli

Coltiviamo una parola che abbia un valore etico assicurandoci che quello che pronunceremo sia in grado di superare “tre cancelli”:

1 che la parola sia vera
2 che la parola sia gentile
3 che la parola sia benefica per sé e per gli altri

Non parliamo fino a quando la formulazione della frase non sia in grado di varcare queste soglie di accesso. Sarebbe meglio per tutti.

Mi impegno durante tutta la prossima settimana ad educarmi nell’esprimermi in modo che la parola sia vera, gentile e benefica.

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Esercizio 4: Forse, non so, grazie

In modo consapevole introdurre regolarmente le seguenti espressioni nelle proprie comunicazioni: forse, non so, grazie.

Sorprenderà appurare come “forse” possa ridurre l’identificazione con idee e situazioni, aprendoci all’incertezza dei fenomeni e quindi al lasciare andare. Un onesto “non so” sui molti aspetti della vita di cui non siamo esperti, aiuta a diminuire il coinvolgimento in conversazioni frivole, togliendo così parte delle distrazioni, sostituite da un senso di leggerezza e spaziosità che inclina verso l’ascolto. “Grazie” diciamolo più che possiamo, abusiamone. Ci offrirà una vita basata sulla gratitudine invece che sulle pretese, molte delle quali in ogni caso irrealizzabili.

Mi impegno durante tutta la prossima settimana ad educarmi nell’usare sempre più frequentemente nelle mie conversazioni le parole “forse, non so, grazie”.

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Esercizio 5: Le giuste domande

Uno degli aspetti della saggezza non è, come talvolta si potrebbe immaginare, avere tutte le risposte, ma bensì saper porre a se stessi e agli altri le giuste domande. Nelle conversazioni con amici, invece di dare la priorità al cercare di esprimere le nostre idee e punti di vista, impariamo a partecipare alla loro vita in modo ricettivo. Dialoghiamo ascoltando, ponendo l’enfasi sulle domande. Domande che siano appropriate in termini di modi, situazioni e tempi, che abbiano come effetto il rendere più “comodi” i nostri amici, mostrando empatia nei loro confronti senza scadere nella compiacenza.

Proviamoci. Così se incontrate un amico che sta andando in vacanza in Grecia, non occorre raccontargli subito di un vostro precedente viaggio oppure del motivo per cui non andreste mai in Grecia … magari sarebbe possibile domandargli “durante la tua assenza, hai bisogno che qualcuno ti guardi il gatto?”.

Mi impegno durante tutta la prossima settimana ad educarmi, in una conversazione con amici, a privilegiare le giuste domande invece delle mie affermazioni.

 

Esercizio 6: Chi non c’è

Può accadere facilmente che diverse delle nostre conversazioni siano relative ad amici o conoscenti che non siano al momento presenti. Non sempre tali conversazioni risultano particolarmente “benevole” verso di loro, rischiando di parlargli alle spalle senza che sussista una vera ragione, ma così … tanto per parlare. Evitiamo di farlo. Evitiamo di parlare di chi non c’è, unica eccezione è per quando vogliamo esprimere il nostro sincero apprezzamento verso di loro. Da questa pratica possiamo ricavare, oltre che una maggiore leggerezza del cuore, anche moltissimo tempo in più libero.

Mi impegno durante la prossima settimana ad educarmi evitando di parlare di persone, amiche o conoscenti, che non sono presenti, con l’unica eccezione di manifestare il mio apprezzamento verso di loro.

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Esercizio 7: Nobile silenzio

E adesso silenzio. Spegnere il cellulare, non farsi coinvolgere in conversazioni verbali né scritte. Nei prossimi giorni offrirsi almeno un’ora di silenzio al giorno, mi auguro che vi sia possibile. Se durante la settimana gli impegni non lo consentissero, allora concedetevi almeno mezz’ora. Nel fine settimana dovrebbe poi essere possibile ritagliarsi una parte di giornata dedicata al silenzio.

Se per qualche motivo dovete interagire con la parola anche in questi spazi, praticate il Nobile Silenzio, dicendo quanto necessario senza divagare. Se vi state domandando cosa si possa intendere per divagare, un esempio può venire da ciò che il Buddha definiva “discorsi triviali”: “Parlare di re (capi di stato) e briganti, ministri ed eserciti, di pericoli eccitanti e guerre, cose da mangiare e bere, vestiti e abitazioni, ghirlande (gioielli) e profumi, relazioni, veicoli, villaggi e mercati (negozi), città e province, donne ed eroi, chiacchiere da strada, pettegolezzi, parlare dei defunti di giorni ormai passati, parlare frivolamente, parlare sull’origine del mondo e del mare, e anche su temi di guadagno e perdita” – Anguttara Nikaya 10.69

Quello che rimane è probabilmente sufficientemente vicino al Nobile Silenzio!

Mi impegno durante tutta la prossima settimana ad educarmi nella pratica del silenzio, del Nobile Silenzio, per almeno un’ora al giorno.

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