Prendersi cura

Nel codice di disciplina monastico (Vinaya) al Mahavagga (Mv.8:26) è il Buddha stesso, assieme al suo attendente Ven. Ananda, che si prende cura di un bhikkhu (monaco) malato di dissenteria, abbandonato dalla comunità, che giace solo fra le proprie feci ed urina. Dopo averlo lavato manda il Ven. Ananda a radunare tutti gli altri monaci e in tale occasione esorta i membri della comunità a prendersi reciprocamente cura l’uno dell’altro. Divenendo così una comunità che svolge il ruolo della vera famiglia.

Abbiamo chiesto a Patrizia Micoli, una nostra cara amica, di dirci qualcosa su come si pratica prendendosi cura.

Cara Patrizia come e quando hai incontrato, nella tua vita, la meditazione?
Sin dalla giovinezza sono stata attratta dalle pratiche contemplative prima cristiane poi di altre tradizioni, al ’96 risale l’incontro con la tradizione buddhista theravāda. Presso l’A.Me.Co. , sotto la guida di Ajahn Chandapalo e di Corrado Pensa, ho iniziato a praticare e approfondire la vipassanā che è diventata momento prezioso di quotidiana consapevolezza

Quando hai sentito che il tuo percorso personale di meditazione di poteva trasformare in impegno sociale di volontariato?
In realtà i percorsi sono stati da sempre integrati uno nell’altro in quanto ho costantemente sentito l’esigenza di  tradurre in atto, nella relazione con gli altri, quella che era la mia ricerca della mente e del  cuore. Già dall’epoca liceale mi sono dedicata al volontariato rivolto a persone sofferenti, sole e in particolari stati di abbandono. Dal ’90 l’attenzione si è diretta soprattutto ai senza casa con problemi di malattia. Sento che l’inclinazione meditativa ed il successivo impegno giornaliero  con la pratica sono stati e sono strumenti preziosi di un percorso personale di chiarimento e di direzione di vita che rafforzano la motivazione e mi sostengono nei momenti  in cui le difficoltà sono grandi.

Quali aspetti del tuo cammino spirituale sono punti di forza nell’accompagnamento ai malati terminali ?
Un grande aiuto mi viene dall’allenamento alla presenza mentale che mi pone in contatto anche  con i miei limiti e quindi mi dà modo di essere  totalmente presente a ciò che incontro momento per momento o di accorgermi quando me ne allontano. La coltivazione di mettā, il calore del non giudizio mi aprono il cuore  e sono come pilastri nella relazione con me stessa e con gli altri  in particolare quando sono vicina a situazioni limite,  all’avvicinarsi della morte, alla sofferenza di chi incontro sia malato sia famigliare. Con la meditazione si sono aperti, si sono resi più evidenti gli spazi del cuore, il senso della possibilità di convivere non solo con le aperture ma anche con le chiusure, scegliendo ogni volta di ricominciare ad essere vicina a quello che c’è in me, negli altri nei diversi momenti e relazioni della vita. Ricominciare è una parola per me magica, piena di libertà, di possibilità, di scelta, la sento come una grande dono, un po’ come il ritmo del cuore (apro-chiudo, apro-chiudo, mettiamo in conto che c’è anche la chiusura ma ritorna ogni volta anche l’apertura!). Ed anche il “non sapere” di cui tante volte ci ha parlato Frank Ostaseski, come apertura alla non certezza, che spesso in hospice è così palpabile quando le situazioni precipitano all’improvviso e ogni volta che vado non so mai cosa troverò, chi troverò, ma anche come leggerezza di incontro, senza la zavorra delle opinioni strutturate, costringenti che non fanno vedere ciò che davvero abbiamo davanti.

Quali sono gli aspetti di protezione che la meditazione ti dà nello svolgere il tuo lavoro di volontaria e nella tua vita?
Non c’è protezione, va compreso bene, c’è la chiarezza, la consapevolezza che, essendo saggia, porta alla visione dei propri limiti e quindi a scelte salutari invece che reattive, abitudinarie. C’è la presenza che allena a “stare con” e quindi coltiva la fiducia e il coraggio ad essere lì dove normalmente si fugge, coltiva il vedere la paura e la possibilità di starle vicino senza buttarsi in reazioni abitudinarie. C’è il vedere la morte, il morire del corpo, il tutto che ci lascia ed anche l’attenzione al chiudersi  e alla sofferenza che a questo è connessa: è il dono profondo di cui sono infinitamente grata per tutto il bene che ha portato nella mia vita e che spero di  continuare a condividere.

Un abbraccio caro e grazie, Pat

Patrizia Micoli, laureata in Filosofia, ha incontrato la meditazione buddhista sotto la guida di Ajhan Chandapalo e di Corrado Pensa per poi approfondirla attraverso gli insegnamenti  di altri maestri  (Ajahn Sumedho, Thich Nhat Hahn, il Dalai Lama),  è praticante di vipassanā da più di  quindici anni. Nel 2007  ha fondato l’Associazione Dare Protezione e nel 2009 Dare Protezione Roma (dareprotezioneroma@libero.it), onlus entrambe, che condividono lo scopo dell’accompagnamento dei morenti  e il sostegno ai famigliari nell’elaborazione del lutto ed anche cooperano nei corsi di formazione per volontari e operatori sanitari. Dal 1999 fa riferimento per la formazione a  Frank Ostaseski, fondatore dello Zen Hospice di S. Francisco. È operatrice in biodinamica cranio sacrale. Guida, come meditante anziana, gruppi di meditazione sia presso la sede di DPRm che presso l’Associazione culturale “Yoga Scienza e Arte” in Casalpalocco – Roma.